ARCHITETTURE DEL BOSCO. La Cultura dell'Impiego del Legno: Tradizione, poesia e innovazione
Scritto da arch. Annalisa Laurenti   
Martedì 22 Novembre 2011 20:24

imre makovecz"L’attimo della transustanziazione rappresenta l’eternità in quel momento scompare la dannazione, perché Suo Figlio ha portato il proprio corpo nell’eternità e lì egli attende anche i dannati. Lì diventano fratelli sia colui che ha compiuto il male sia chi lo ha subito e il malfatto diventa peccato. Colui che Attendeva ha assunto il peccato e la punizione. Se una chiesa viene innalzata in onore del Creatore questa sarà costruita per tutti anche per i dannati. Questa è la ragione della sua Universalità”  Imre Makovecz ( Budapest 1935- 2011 )

L’Istituto Nazionale di Bioarchitettura ha avuto il piacere e l’onore di conoscere l’architetto ungherese Imre Makovecz, nel giugno 2008 nell’ambito di una manifestazione curata dalla Sezione locale di Lucca  ed in particolare dagli Archh.  Massimo Carli e Giulia Bertolucci presso i Magazzini Lisabetta Salviati a Migliarino Pisano (Pisa). All’incontro partecipò eccezionalmente, oltre al fondatore dell’Istituto l’arch. Ugo Sasso, proprio  Imre Makovecz.

A distanza di qualche anno e a pochi giorni dalla scomparsa di Makovecz, l’Istituto Nazionale Bioarchitettura®, ha voluto

commemorare l’opera dell’Architetto ungherese attraverso questa manifestazione dal titolo “ Architetture del bosco.  La cultura dell’impiego del legno: tradizione, poesia, innovazione” tenuta nella città di Viterbo dal 21 al 26 ottobre 2011 che ha avuto l’obiettivo generale di avvicinare i cittadini ad un cultura dell’abitare sostenibile, puntando in particolare sull’uso del legno nell’architettura.

La manifestazione organizzata dall’arch. Annalisa Laurenti si è aperta con un  convegno tenuto nella splendida cornice della Sala Regia di Palazzo Priori a  Viterbo  organizzato  dalla sezione  INBAR di Viterbo in collaborazione con la Prof.ssa Manuela Romagnoli del  Dipartimento DAFNE Università degli Studi della Tuscia.

Le “architetture del bosco” sono i tanti edifici, chiese, centri culturali e sociali, realizzati da Imre Makovecz , che si inseriscono perfettamente e che sembrano dialogare con il silenzio dei boschi di querce e abeti  di cui ne è particolarmente ricco il territorio ungherese.

Stephaneum

Imre Makovecz nasce nel 1935 a Budapest. Fin da giovane manifesta il suo interesse verso l’architettura e viene coinvolto dal padre ebanista nella ricostruzione della carpenteria lignea delle abitazioni danneggiate dalla guerra. Intenzionato a divenire pittore, viene incoraggiato dal padre invece ad intraprendere gli studi di architettura perché questi possono assicuragli un avvenire più sicuro. Durante gli studi presso l’Università tecnica di Budapest, grazie a permessi speciali degli insegnanti, viene a contatto con i manoscritti e i disegni originali di Frank Lloyd Wright. Inizia così la sua attività in alcuni uffici di progettazione statali, opponendosi però allo schematismo burocratico che caratterizza la produzione delle architetture durante il regime sovietico  ( e per questo gli  viene  ritirato  il permesso ad esercitare la libera professione, e estromesso dal suo ufficio ed “esiliato“ nel Corpo Forestale). Questo avvenimento viene trasformato da Makovecz come un opportunità per approfondire il suo contatto con la natura, con la cultura legata alla tradizione del posto e con l’uso dei materiali locali. In questo periodo realizza alcuni piccoli edifici in legno sperimentando il tema dell’architettura zoomorfa e antropomorfa utilizzando anche antichi motivi decorativi derivanti dalla tradizione magiara. La sua architettura si orienta verso un linguaggio più espressivo, influenzato dalla tradizione vernacolare ungherese e dalle forme organiche di F. L. Wright, Bruce Goff, Herb Greene, Odön Lechner e Károly Kós, costituisce almeno fino al ’60 l’unica alternativa all’ideologia architettonica del regime ungherese. Nel 1984 con l’indebolirsi del regime autoritario riesce a fondare il Makona Group gruppo di progettazione che riprende l’eredità culturale di Lechner e Kós, spezzatosi durante la prima guerra mondiale. La sua “Architettura organica viva”, come egli stesso ama definirla, che trae spunto e si  confronta con il filone organico internazionale di Antoni Gaudì, è anche influenzata dal barocco d’oltralpe e dal cubismo boemo che si fondono con la filosofia antroposofica di Rudolf Steiner, per una architettura  basata sulle tradizioni locali, sulla comprensione delle leggi della natura e sull'esaltazione del rapporto tra l'uomo e l'universo.  Con la fine del regime sovietico si ha lo scioglimento degli studi statali di progettazione in tutta l’Ungheria e con il ritorno all’economia di mercato vengono costituiti da questi nuovi architetti diversi studi privati. Inizia per l’ Architetto un periodo di intenso lavoro. Dagli anni ‘90 dirige il ”Gruppo kos,” un’associazione culturale finalizzata alla pubblicazione della rivista “ Orszagèpito” strumento per la diffusione dell’architettura organica ungherese di cui Makovecz insieme a Giorgy Csete ne è il principale promotore. Con la caduta della Cortina di ferro (lo scioglimento del Patto di Varsavia e dissoluzione dell’Unione Sovietica) e il rovesciamento del sistema comunista, il paese si orienta verso modelli economici e politici dell’Europa occidentale. I problemi che questa nuova generazione di architetti devono affrontare non sono più quelli del socialismo, ma quelli di un capitalismo incontrollato, calato quasi improvvisamente sull'economia ungherese. Sono i problemi della società consumistica, tutta basata sull’"usa e getta", sulla ripetizione degli errori già commessi dalle società occidentali ed in opposizione a questa  cultura contemporanea consumistica, Makovecz impone fin da subito alla sua architettura una funzione educatrice e sociale che si relaziona con l’ambiente naturale. Già il suo primo lavoro, il ristorante Sió a Szekszárd (1965), dai bianchi muri e dai grandi tetti di paglia, dimostra l’importanza che egli attribuisce all’armonia fra costruito e natura.